Le parole di Mario Draghi, pronunciate oggi alla Camera dei Deputati, rappresentano un importante segnale di attenzione verso il mondo penitenziario che, nell'ultimo anno, ha vissuto momenti molto difficili a causa dei provvedimenti adottati per rispondere all'emergenza Covid. Provvedimenti che hanno portato ulteriori chiusure in un luogo di per sé già chiuso e comportato, di conseguenza, un aggravamento della pena detentiva.
Non è scontato che un Presidente del Consiglio tratti di questo tema durante un dibattito sulla fiducia, annunciando l'intenzione di riservare particolare attenzione al mondo penitenziario. In particolare Draghi ha sostenuto come non dovrà essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate ed esposte a rischio e paura del contagio e particolarmente colpite dalla funzione necessarie a contrastare la diffusione del virus.
Un'apertura importante dunque che, insieme alla nomina di Marta Cartabia al Ministero della Giustizia, ci sembra di buon auspicio affinché la dignità umana e l'idea di una giustizia non vendicativa possano essere il faro che guiderà l'operato del nuovo governo. E' importante che la giustizia ritrovi quella mitezza che dovrebbe caratterizzarla.
Questo articolo è stato pubblicato nell'inserto speciale (che puoi leggere qui) che il manifesto ha pubblicato il 17 febbraio 2021, in occasione del 30° compleanno della nostra associazione.
Giustizia. Nessuno, giudice o custode, ha nella propria disponibilità la dignità e i diritti fondamentali delle persone arrestate o detenute. Ci disse un capo dell’amministrazione penitenziaria: «La tortura sta nel terzo mondo». Poi ci furono: carcere di Sassari e Global Forum di Napoli, scuola Diaz e Bolzaneto... e tanti fatti di «cronaca».
di Mauro Palma, Stefano Anastasia, Patrizio Gonnella
Ha ancora senso, dopo trent’anni, interrogarsi sull’intuizione che si ebbe nel 1991 quando si decise di dar vita a un’associazione volta alla tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Quel che è accaduto negli ultimi tre decenni ci racconta di quanto quell’intuizione sia servita a controbilanciare la progressiva esondazione delle politiche criminali e, più genericamente, repressive.
I numeri della popolazione detenuta sono un indice di questa presenza ingombrante: se nel ‘91 i detenuti erano poco più di 30 mila, oggi – nonostante le scarcerazioni dovute all’emergenza pandemica in corso – sono oltre 53 mila, avendo nell’arco del trentennio quasi raggiunto il picco dei 70 mila. E nel frattempo si è moltiplicata per dieci l’area penale esterna, senza però che questo aumento abbia parallelamente scalfito la crescita della pena detentiva e, quindi, i numeri del carcere.
Sono passati trent’anni lungo i quali abbiamo assistito e fatto opposizione a una diffusa deriva securitaria.
Mentre con sguardo miope si osservava estasiati, sia da destra che da sinistra, il modello della zero tolerance proposto oltreoceano dall’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani, Antigone si affidava a un’ostinata razionalità affinché non si trascinasse nella questione criminale ciò che avrebbe dovuto avere solo ed esclusivamente rilevanza sociale: l’immigrazione, la povertà diffusa, l’uso di sostanze stupefacenti. Intellettuali che «si baloccano con Cesare Beccaria»: così ci siamo sentiti qualificare su qualche giornale mainstream quando contrastavamo uno dei tanti pacchetti sicurezza che se la prendeva con i lavavetri al grido che i rumeni sono tutti delinquenti. All’epoca Rudolph Giuliani andava di moda, era considerato un totem. Oggi è trattato come l’avvocato pazzo di Trump.
Noi siamo invece rimasti fedeli a quell’opzione garantista che sa scorgere le possibili derive del potere di punire.
10 agenti di polizia penitenziaria del carcere di Ranza a San Gimignano sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate in concorso. Per loro una pena che va dai 2 anni e 3 mesi ai 2 anni e 8 mesi.
"E' la seconda volta in poche settimane (il primo caso riguardava un agente in servizio nel carcere di Ferrara) che i giudici applicano la legge per la quale Antigone ha combattuto vent'anni per ottenerla e che, dal 2017, punisce questo crimine contro l'umanità", dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
L'episodio oggetto delle indagini e del processo si è tenuto nell'ottobre 2018 nel carcere toscano. 5 agenti penitenziari erano stati rinviati a giudizio lo scorso mese di novembre e per loro si aspetta il rito ordinario in un procedimento nel quale Antigone è costituita parte civile. Durante quella stessa udienza era stato giudicato, con rito abbreviato, un medico del carcere, condannato a 4 mesi di reclusione per rifiuto di atti d'ufficio, per non aver visitato e refertato la vittima.
"Ricordiamo l'ex Ministro dell'Interno Matteo Salvini in visita fuori dal carcere di San Gimignano per portare solidarietà agli agenti della polizia penitenziaria all'epoca indagati. Chiediamo oggi, alla luce di queste condanne, che Salvini chieda scusa alle vittime e alla giustizia italiana" conclude Gonnella.
È un grave errore di tutti gli attori coinvolti la decisione di rimuovere i murales dedicati a Luigi Caiafa e Ugo Russo. Un errore – dell’amministrazione comunale di Napoli in primis – che scaturisce dalla subordinazione ideologica a un dilagante giustizialismo a senso unico contro i soggetti più marginali della città, in questo caso minorenni.
Nelle cronache ritorna spesso l’espressione “lotta al degrado delle aree urbane”, condita di slogan che inneggiano alla sicurezza dei territori e al concetto di decoro, del quale rimangono vaghi non solo i confini, ma persino l’essenza. Questa narrazione ha accompagnato gli accadimenti degli ultimi giorni, il cui atto finale è stato la rimozione del murale dedicato a Luigi Caiafa.
È necessario però domandarsi come i concetti di legalità, sicurezza e decoro interagiscono con l’inclusione dei giovani che provengono da un vissuto deviante. In un sistema garantista, ispirato ai principi costituzionali, quali strumenti abbiamo per tutelare questi minori, escludendo strumentalizzazioni mediatiche o elettorali? Le scelte istituzionali sembrano ignorare tale complessità, preferendo aderire alle interpretazioni securitarie dei fenomeni.
Guardare al sistema giuridico come un insieme di norme avulso dalla società non può che offrire una visione parziale del problema. Condotta in questo modo, la lotta per la legalità diviene una battaglia astratta e non riconoscibile, soprattutto da coloro che vivono sulla propria pelle il quotidiano arretramento dello stato sociale. Quando ai minori è negata ogni prospettiva e si invade il discorso pubblico con campagne mediatiche tese alla criminalizzazione e allo stigma, il risultato è di acuire il senso di abbandono e di incomunicabilità, l’emarginazione e la rabbia.
I focolai interni alle carceri italiane si sono andati moltiplicando durante questa seconda ondata di Covid-19. Secondo i dati forniti dall’Amministrazione Penitenziaria, al 16 gennaio 2021 si contano tra gli altri 109 detenuti positivi al virus nel carcere di Milano Bollate, 59 a Milano San Vittore, 54 a Roma Rebibbia NC, 35 a Roma Regina Coeli, 53 a Sulmona, 40 a Napoli Secondigliano, 40 a Palermo, 29 a Lanciano. Al totale di 718 detenuti positivi, in crescita dall’inizio del 2021, vanno aggiunti i 701 operatori penitenziari che hanno contratto il Covid-19.
Se guardiamo a cosa sta accadendo oltreoceano, vediamo che l’American Medical Association ha chiesto che i detenuti vengano inseriti tra le categorie che devono ricevere il vaccino in via prioritaria. Anche in Canada alcune centinaia di detenuti ristretti nelle carceri federali sono stati tra i primi destinatari del vaccino anti Covid-19. Sentimenti di odio, risentimento, paura non devono giocare alcun ruolo in una tale decisione.
Il carcere è di per sé un luogo capace di acuire i rischi per la salute. Numerosi studi mostrano come i detenuti costituiscano uno dei gruppi sociali maggiormente a rischio in relazione alla sfera sanitaria e all’attuale pandemia.
I motivi scientifici per inserire le persone detenute tra le categorie prioritarie in relazione al vaccino non mancano. A questi si affiancano motivi etici di primaria importanza per una democrazia avanzata che voglia vedere nella pena uno strumento non di mera afflizione bensì di riconduzione della persona all’interno del tessuto sociale.
A partire dallo scorso marzo i detenuti sono stati costretti a vivere in uno stato di isolamento che si è andato a sommare a quello di per sé prodotto dalla carcerazione. Paura e solitudine hanno reso la pena più gravosa e afflittiva di quanto fosse mai stata dalla nascita della Repubblica.
Il focolaio delle carceri. Il carcere è un luogo dove purtroppo si vive affollati, dove è complicatissimo mantenere le distanze, dove le condizioni igienico-sanitarie non sono sempre ottimali. La galera, in quanto focolaio tipico, determina la sottrazione di energie mediche ai bisogni della comunità libera
di Patrizio Gonnella su il manifesto del 17 gennaio 2021
L’American Medical Association ha raccomandato le autorità statunitensi di inserire i detenuti tra le categorie da vaccinare prioritariamente. Negli Usa i diciannove focolai più consistenti sono avvenuti in altrettante prigioni. Le cattive condizioni di vita e il sovraffollamento hanno aggravato il problema. Il Comitato consultivo del Centers for Disease Control and Disease Prevention ha sostanzialmente lasciato ai governi statali la possibilità di vaccinare i detenuti tra i primi gruppi sociali.
Il Governatore democratico del New Jersey Phil Murphy, poco preoccupato della reazione isterica dei repubblicani di Trump, ha autorizzato la vaccinazione dei detenuti. Ha seguito le indicazioni della scienza e del buon senso, senza farsi dettare le priorità dal circolo vizioso mediatico-politico che si era schierato contro di lui.
È partito dalla South Woods State Prison di Bridgeton, la più grande struttura penitenziaria dello Stato. Decine di migliaia di detenuti nel Massachusettes sono stati tra i primi a essere vaccinati nello Stato contro il coronavirus. Anche i prigionieri di Connecticut, Delaware, Maryland, Nebraska e New Mexico sono stati inseriti nella prima fascia. In Canada alcune centinaia di detenuti ristretti nelle carceri federali hanno cominciato a ricevere i vaccini Covid-19 nell’ambito di un progetto pilota.
"Quella di oggi per i fatti relativi alle violenze avvenute nei confronti di un detenuto nel carcere di Ferrara è la prima condanna di un funzionario pubblico per il delitto di tortura, introdotto nel codice penale italiano nel 2017.
Non si gioisce mai per una condanna e non gioiamo neanche in questo caso, ma affermiamo comunque che la decisione di oggi ha un sapore storico. La tortura è un crimine orrendo, inaccettabile in un Paese democratico. La condanna, seppur in primo grado, mostra come la giustizia italiana sia rispettosa dei più indifesi. Si tratta di una sentenza che segnala come nessuno è superiore davanti alla legge. La legge vale per tutti, cittadini con o senza la divisa. E' questo un principio delle democrazie contemporanee.
Fortunatamete ora esiste una legge che proibisce la tortura. In passato fatti del genere cadevano nell'oblio. E' importante che tutti gli agenti di Polizia penitenziaria si sentano protetti da una decisione del genere, che colpisce solo coloro che non rispettano la legge.
Antigone ha a lungo combattuto per avere questa legge, con l'ultima campagna "Chiamiamola tortura" avevamo raccolto oltre 55.000 firme a sostegno di questa richiesta. Ora possiamo dirlo, la tortura in Italia esiste, purtroppo viene praticata, ma ora viene anche punita". Queste le dichiarazioni di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
"Il 2020 delle carceri italiane è stato inevitabilmente segnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19, che ha cambiato il volto anche di questi luoghi, chiudendoli ancor di più al mondo esterno, allontanando dagli istituti volontari, famigliari, personale scolastico e lasciando ai detenuti un in più di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenere conto". Esordisce così Patrizio Gonnella, nel consueto punto di fine anno di Antigone. Al 2020 il sistema penitenziario si era presentato con numeri in aumento per quanto riguarda i detenuti presenti. Quando a fine febbraio la pandemia è esplosa nel paese, nelle prigioni italiane le persone recluse erano oltre 61.000, a fronte di 50.000 posti regolamentari, anche se quelli disponibili erano e sono circa 3.000 in meno. Il tasso di affollamento ufficiale era superiore al 120%.
"L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale edi evitare assembramenti, due cose impossibili da fare nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo hanno interessato decine di istituti in tutto il paese", ricorda ancora Gonnella. Durante quelle proteste quattordici detenuti morirono nelle carceri di Modena e Rieti e alcuni episodi di presunte violenze si verificarono nei giorni successivi in altri istituti. In alcuni casi Antigone ha presentato degli esposti alle competenti Procure, cosa che da molti anni fa parte del lavoro di contezioso portato avanti dall'Associazione. Nell'arco di poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è diminuito in maniera importante (circa 8.000 unità in meno), merito soprattutto del lavoro della magistratura di sorveglianza, che ha utilizzato in maniera ampia tutti i propri poteri per permettere al maggior numero di detenuti di scontare l'ultima parte della pena alla detenzione domiciliare.
"Tuttavia, alla fine della prima ondata, anche queste politiche deflattive hanno subito un arresto e, nonostante ci fossero ancora 6.000 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari, il loro numero nei mesi estivi, anche se in maniera contenuta, è addirittura ricominciato a crescere" sottolinea ancora il presidente di Antigone. "Così, allo scoppio della seconda ondata, le carceri erano ancora in una situazione di sovraffollamento e con una carenza di spazi che permettessero di prevenire il contagio". A fine novembre i detenuti e le detenute erano 54.638.
Evitiamo le tragedie. Proteggiamo la comunità penitenziaria dal virus e dalla demagogia, e con essa tutta la società. Bisogna fare presto. Bisogna ridurre il sovraffollamento. Ci sono settemila persone in più rispetto ai posti disponibili nelle carceri, il distanziamento è impossibile e mancano celle singole. Siamo ancora in tempo per evitare ciò che è accaduto nel Kent, dove a partire dalle prigioni si è diffuso il virus mutato.
Negli ultimi mesi la prigionia è stata doppiamente afflittiva a causa dell’isolamento dall’esterno: poche visite, poca o niente scuola, salvo alcune realtà virtuose. In carcere vi sono circa duemila positivi tra detenuti e operatori. Non si sa più come isolarli e tra un po’ mancheranno coloro che possono garantire la sicurezza e la socialità. Vanno evitati nuovi focolai negli istituti e va messa in Italia e in Europa la comunità penitenziaria tra quelle a cui somministrare con priorità il vaccino. I numeri lo consentono. Tra detenuti e operatori in Italia il sistema penitenziario conta circa 100 mila persone, 800 mila in nell'area Ue.
Chiediamo al Governo di stare a sentire chi, come la senatrice a vita Liliana Segre, ha chiesto che nei confronti dei detenuti siano assunte misure di prevenzione eccezionali. Vanno assicurati dispositivi di protezione individuale, previste informazioni in tutte le lingue, effettuati tamponi, realizzate condizioni igienico-sanitarie adeguate, somministrata la giusta terapia. Ogni minuto perso è un minuto in più di pena afflittiva, dolorosa, inutilmente sofferente. Detenuti e operatori penitenziari devono essere vaccinati il più presto possibile, già a gennaio.
La Commissione giustizia del Senato sta esaminando una proposta di legge, la n. 1754, che prevede trasformazione degli educatori in agenti di polizia penitenziaria. E' una vecchia idea dietro cui traspare una concezione della pena di tipo meramente contenitivo, all'opposto di quanto previsto dalla Costituzione. La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 prevedeva un modello dalle figure diversificate, in cui non tutti fossero incardinati nelle logiche gerarchiche e custodiali di Polizia. Prevedeva una divisione dei ruoli per aree di competenza, oltre a posizioni paritarie tra le diverse professioni. Si è trattato di una promessa in parte mancata, anche a causa delle pressioni esercitate dal comparto sicurezza. Educatori e direttori, da allora, sono stati sotto-considerati dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Per questo sono giuste le rivendicazioni economiche della proposta, che, sia pur senza internizzare gli educatori nel corpo di Polizia, vanno prese in considerazione. Va assicurata una piena equiparazione del trattamento economico tra il personale in divisa e quello civile. Il mestiere di educatore è usurante, presenta un alto rischio di burn-out e va maggiormente riconosciuto. Lo scarto rispetto agli agenti è inaccettabile. Non è però regredendo verso modelli puramente custodiali che si provvede a questi bisogni.
A questo link la nota che, sulla questione, abbiamo inviato alla Commissione giustizia del Senato e al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.